QUANDO AL TAVOLO DI MEDIAZIONE NON C’È LA COPPIA GENITORIALE

di Paola Mari Socio Didatta A.I.M.S. Didatta I.E.F.Co.S. Roma e di Luigi Onnis Socio Didatta A.I.M.S. Direttore Didattico I.E.F.Co.S. Presidente I.E.F.Co.S. T.R.E. iefcos@iefcos.it


Introduzione
La mediazione a indirizzo sistemico, sin dalla sua nascita si è contraddistinta per la tendenza a confrontarsi in modo ampio e flessibile con vari contesti e differenti tipi di conflitto e di sistemi, al di là degli schematismi e delle applicazioni meccanicistiche.
Come ha sottolineato Rose Marie Delbert (2000) la mediazione sistemica ha, da un lato, delle premesse “trasversali” (l’epistemologia sistemica), comuni a tutte le forme di mediazione, e dall’altro, contestualizzando l’intervento, distingue tra le varie forme a seconda del contesto in cui si sviluppa una problematica specifica.
L’incontro e l’innesto tra l’epistemologia sistemica e l’apporto innovativo rappresentato soprattutto dal patrimonio culturale insito nella mediazione, e quindi non solo e non tanto l’aspetto più tecnicistico e “negoziale” di questa, ha portato una riflessione e una sperimentazione ampia e feconda, soprattutto in un ambito complesso e in rapida trasformazione come quello dei servizi,in particolare in quelli che si occupano di minori.
In quest’ambito l’intervento è divenuto sempre più complesso, sia per la necessità di rispondere a nuovi bisogni e nuove competenze nati, dalle trasformazioni in atto nei modelli e nelle relazioni familiari, sia per il convergere di istituzioni diverse con differenti funzioni, mandati, culture e professionalità.
Questo contesto nuovo e composito è alla ricerca di più efficaci integrazioni e di nuove sinergie intorno al minore, sempre più riconosciuto dal corpo sociale e dallo Stato quale nuovo soggetto di tutela,quindi portatore di autonomi diritti e bisogni e non più appendice e quasi proprietà della famiglia e dei genitori (Meucci, Scarcella 1984; Moro 1990).
Nei servizi territoriali per i minori la complessità deve essere infatti continuamente letta e declinata in relazione a contesti, competenze e ottiche diverse, a volte apparentemente contrapposte e contrapponibili.
E’ così che i bisogni di tutela dei minori sembrano a volte inconciliabili con le risorse e le richieste della sua famiglia; le richieste, le logiche e i linguaggi del mondo giuridico e delle Autorità Giudiziarie inconciliabili con la cultura e la mission dei Servizi e degli operatori sociali e sanitari; l’ottica e i paradigmi dell’aiuto e della cura in contrasto con le norme e le procedure della tutela e del controllo (Cirillo, Cipolloni 1994; Ghezzi, Vadilonga 1996).
In questo scenario è particolarmente utile individuare nuovi ambiti operativi in cui l’ingresso della cultura della mediazione possa rappresentare una risorsa in più, innovativa e utile proprio a partire dalla necessità della integrazione delle competenze, degli interventi e dei bisogni con cui ci si confronta.
Un ponte, quindi, che nella complessità cerchi di riconnettere, isomorficamente, sia le fratture create dai conflitti, sia le fratture create dalle separatezze dei linguaggi, delle ottiche, delle professionalità e delle competenze intorno all’oggetto condiviso, rappresentato dal minore, dai suoi bisogni e dalla sua tutela più modernamente intesa.
Quella della mediazione familiare sistemica è infatti una cultura che accoglie la complessità, gli aspetti storici ed evolutivi, le attribuzioni di senso e la significazione dei conflitti nell’ambito dei contesti da cui traggono origine (AA.V.V. 1996-97, 1988-99 atti convegni A.I.M.S.;Bassoli, Mariotti, Frison 2000).
Una cultura e un approccio, quindi, orientati all’accrescimento delle competenze dentro e fra i sistemi, alla prevenzione più che alla cura, all’empawerment piuttosto che alla dipendenza dal potere tecnico, all’attivazione delle risorse e alla promozione della salute più che alla cura della disfunzione e della patologia.

Quando a contendere per il minore non è la coppia genitoriale
La specifica tipologia di conflitto che intendiamo mettere a fuoco, pur rientrando nella più ampia tipologia della mediazione di conflitti familiari, ha come oggetto, in assoluta analogia con quanto avviene nella mediazione di divorzio tra coniugi, la richiesta di affidamento del minore da parte delle famiglie di origine, in virtù di una rivendicata maggior adeguatezza nella cura e nell’allevamento; o la denuncia di una estromissione e di una ingiusta limitazione nella qualità e nell’intensità della sua frequentazione, e quindi nella possibilità di accedere ad una maggiore partecipazione e condivisione della sua cura e della sua educazione, nonché al mantenimento con lui di una relazione affettiva più stretta e valida.
Il conflitto pertanto si sviluppa, non già all’interno della coppia genitoriale, bensì tra uno solo dei genitori contro membri diversi della famiglia dell’altro, in genere i nonni supportati a volte dagli zii; o, in una seconda tipologia, in assenza di entrambe i genitori, sono schieramenti diversi delle due famiglie di origine a scontrarsi tra loro, ma anche in questo caso sono prima di tutto i nonni a giocare un ruolo di rilievo nella rivendicazione di uno spazio affettivo e/o di un ruolo educativo e di “sostituto” genitoriale.
Il tipo di situazione a cui ci riferiamo rappresenta peraltro una casistica sempre più frequente nei Servizi territoriali, con percorsi lunghi che tendono a cronicizzarsi, ma che viene in modo meno consueto affrontato con interventi di mediazione.
Si presenta inoltre di grande attualità nel nostro Paese visto che sono stati presentati disegni di legge che prevedono l’introduzione del diritto di visita anche per i nonni quando c’è una separazione.
E’ una casistica che presenta alcune caratteristiche “costellazioni” familiari con peculiari intrecci relazionali e percorsi di vita,ma sempre comunque storie difficili, nelle quali la perdita, sia simbolica che reale, gioca un ruolo rilevante.
La famiglia nucleare del minore conteso infatti, nel suo ciclo di vita, è andata incontro ad un processo di disgregazione e rottura da ricondurre ad un evento critico di tipo paranormativo (Scabini,1985) che ha riguardato uno o entrambe i genitori.
Tali processi sono riconducibili ad uno dei seguenti eventi: decesso, scomparsa, grave malattia fisica o psichica invalidante, tossicodipendenza, detenzione di lunga durata, decadenza della potestà genitoriale per gravi inadeguatezze, maltrattamenti o abusi.
Uno o entrambi i genitori sono quindi impossibilitati a svolgere il proprio ruolo, pertanto assenti dal conflitto, che viene agito dai congiunti in nome, per conto, o in loro memoria.
Il conflitto e successivamente il contenzioso sul piano giuridico-legale, intorno e per il minore, può svilupparsi sia subito dopo l’evento critico disgregante, sia a distanza di un certo numero di anni da questo, che può anche essere stato l’origine e la causa della separazione della coppia genitoriale.
E’ una casistica molto ampia e differenziata che può essere inquadrata nell’ambito di due diverse tipologie:
- la prima è rappresentata da situazioni riconducibili a famiglie multiproblematiche (Cancrini L. 1994; Malagoli Togliatti M. Rocchietta Tofani L., 1987), dove l’assenza di uno o di entrambe i genitori nell’esercizio della loro funzione per problemi di tossicodipendenza, disagio mentale, detenzione, inadeguatezza, condotte abusive e maltrattanti, rappresenta solo un aspetto di una più grave e pervasiva dinamica disfunzionale che investe più generazioni e differenti nuclei familiari.
- la seconda comprende invece nuclei familiari che in precedenza non avevano evidenziato particolari problematiche e fenomeni disadattivi, ma che, in seguito ad un evento critico, in genere un decesso o una grave malattia, sembrano subire una insanabile “frattura” della loro storia e dei loro percorsi di vita. All’interno di questi sistemi si sviluppa pertanto, una dinamica conflittuale particolarmente aspra ed esacerbata, che sembra mettere in crisi e far saltare i precedenti equilibri strutturali e relazionali, provocando una sorta di blocco evolutivo del ciclo di vita degli individui maggiormente coinvolti, nonchè dell’intero sistema familiare che non trova al suo interno risorse per rimarginare e superare la “frattura”.
Alla prima tipologia appartiene per esempio uno dei casi trattati, dove la grave invalidità riportata, in seguito ad un incidente, dal padre dei minori contesi, si inserisce all’interno di una famiglia già precedentemente segnata da varie problematiche di tossicodipendenza, di attività illecite e di detenzione, a carico di vari componenti della famiglia allargata.
Alla seconda casistica può invece essere ricondotto un altro caso, in cui un aspro conflitto per l’affidamento vede contrapposte le coppie dei nonni materni e paterni di due giovani genitori deceduti entrambe in un grave incidente automobilistico, o un’altra situazione che, dopo alcuni anni dal suicidio di un giovane padre, vede contrapposti i suoi familiari alla sua ex compagna per la frequentazione di una bambina nata dalla loro unione.
Queste storie sono sempre segnate da grandi sofferenze e “peripezie”, e i protagonisti si ritrovano incastrati in copioni di conflitto e discordia che, traggono origine e ruotano intorno a tematiche di particolare pregnanza e forte impatto emotivo, che si riconnettono comunque al tema della perdita, reale o simbolica del genitore o della sua possibilità di esercitare il ruolo genitoriale, come abbiamo prima evidenziato.
Tanto da far ritenere che il conflitto viene ad assumere, comunque,. in quel momento, per quei sistemi, una valenza quasi protettiva e di evitamento della sofferenza connessa al dolore per una perdita reale, come nella morte e nella scomparsa, o simbolica, come nella invalidità e nella inadeguatezza, ma comumque “inaccetabile”.
Entrambe le tipologie, sia quelle più chiaramente riconducibili nell’area della multiproblematicità, sia quelle in cui sembra rintracciabile un solo evento paranormativo che è venuto ad assumere connotazioni particolarmente amplificate, sofferte e “disgreganti”, presentano differenti aspetti di “criticità” a livello di impianto e/o di processo.
In particolare, nel caso della multiproblematicità, debbono essere più attentamente approfondite e trattate le dinamiche familiari che hanno portato all’inadeguatezza del/dei genitori del minore nelle loro famiglie di origine.
Nel caso invece dell’evento “disgregante”, particolare attenzione va data ai meccanismi e ai tempi di elaborazione dell’evento stressante, al sostegno dei processi evolutivi, all’empowerment e all’attivazione delle risorse del sistema e dei soggetti in esso maggiormente in difficoltà.
Le analogie con la mediazione di divorzio non riguardano soltanto i contenuti manifesti del conflitto, e quindi l’affidamento del minore, ma vanno rintracciate anche a livello del significato più profondo e delle motivazioni che lo sottendono.
Pur nella grande variabilità sia dei “protagonisti” presenti nella “scena” conflittuale, sia del tipo di evento paranormativo o “peripezie” del vivere, come le definisce Cigoli (1997), che hanno dato origine alla situazione, sia delle storie e degli intrecci individuali, di coppia e di stirpi che sottendono le trame della specifica vicenda, queste situazioni sono accomunate dal fatto che il conflitto riguarda il minore.
Esse traggono origine nel modo di intendere e significare i miti familiari, i modelli relativi all’individuazione,all’unione e ai legami, alle appartenenze (Onnis L., 1994, Andolfi, Angelo, 1987), agli scambi intergenerazionali e alla discendenza, nonché al confronto con le altre stirpi e,in generale con la “diversità” e la differenza (Scabini E., Cigoli V. 2000).
In queste storie il minore si trasforma in un “bene familiare”, investito di un valore e di un significato che va oltre la sua soggettività e lo scambio affettivo con lui. Egli è visto soprattutto nella sua qualità di discendenza, bene appartenente al “corpo familiare”, frutto del legame intergenerazionale, simbolo e testimonianza della continuità della storia e della famiglia stessa (Cigoli 2005).

Il minore nella contesa tra le stirpi e le appartenenze
Con l’esternalizzazione del conflitto agito in prima persona e fuori dei confini familiari, nel sociale e sul piano giuridico- legale, questo tipo di situazione fa riemergere in modo particolarmente pregnante l’importanza e il ruolo delle famiglie di origine, quindi del livello trigenerazionale all’interno della famiglia nucleare (Framo 1992, Canevaro 1994, Boszomenyij-Nagy, Spark 1988).
La rottura della famiglia nucleare e della coppia genitoriale che l’ha costituita,sia a seguito di separazione, sia a seguito di altro tipo di evento paranormativo, come nei casi a cui ci riferiamo, costituisce un evento familiare che investe le famiglie estese, in un processo complesso, rispetto al quale non possono essere applicati interventi e letture riduzionistici.
Il prepotente emergere della coppia come soggetto iper rappresentato e iper investito nel contesto delle società occidentali contemporanee rischia infatti di indurre ad una semplificazione di tale complessità.
“La coppia da sola appare un’entità monca, spogliata della sua storia e dei suoi legami tra le generazioni: il ciclo vitale della famiglia mantiene la sua significativa peculiarità per la comprensione e la evoluzione di ogni evento, in particolare se legato a dolore, sofferenza o conflitto”(Bassoli, 2000).
La nascita di una coppia, e ancor più quella di un figlio, è sempre un fatto che coinvolge più generazioni e famiglie, un incontro di storie, di stirpi e di “differenze”.
Costrutti e legami, lealtà invisibili e appartenenze, a cui l’epistemologia sistemica ha da sempre attribuito grande importanza, si evidenziano in questi casi con l’esternalizzazione del conflitto, agito da nonni e zii, protagonisti che escono da dietro le “quinte” ed entrano prepotentemente in scena.
Ritroviamo qui il “noi” contrapposto al “voi” e un conflitto che separa, contrappone e fa emergere la difficoltà della condivisione.
La nuova generazione viene negata in quanto frutto dell’unione di due stirpi, che vanno, comunque, riconosciute, legittimate e salvaguardate entrambe, in quanto “radici” che danno origine alla sua storia (De Bernart et al, 1999).
Il minore, esposto al conflitto degli adulti comunque significativi e facenti parte delle sue origini storiche e del suo universo relazionale, è in qualche misura ostacolato nello sviluppo di una piena soggettività e di una sua specificità legata a due diverse “appartenenze” e discendenze.
Nell’esasperazione del conflitto il minore, bene tipico dello scambio generazionale, come la “roba”, può diventare “preda da togliere al nemico”, bene di proprietà della famiglia da portare in “salvo” e ricondurre entro la cerchia e il confine familiare.
Il conflitto, sotteso da dinamiche complesse e profonde, che trascendono il quì ed ora (contesto e tempo) in cui si manifesta, e il contenuto, più digitalmente espresso, affondando il suo senso altrove.
Livelli, tempi e costrutti della sua significazione vanno ricercati nella storia di questi sistemi familiari, nell’intreccio dei cicli vitali delle persone che li compongono e negli eventi che li hanno attraversati (Byng-Hall 1998).

La mediazione in un contenzioso segnato dalla differenza
Questo conflitto, pur contenendo come sempre aspetti vitali e “positivi” (Busso P., 2001), in questi casi quasi adattivi e difensivi rispetto a forti sofferenze emotive, rischia di bloccare il sistema, intrappolandolo in schemi interattivi rigidi e ripetitivi, che impediscono l’evoluzione e la ripresa di percorsi di vita personali e familiari, aggiungendo ulteriori “fratture”.
Emerge infatti che in questa casistica il mantenimento del conflitto ha quasi sempre una funzione “difensiva”, rispetto alla presa di contatto più profonda e alla elaborazione degli aspetti depressivi legati all’evento critico. Il movimento di riavvicinamento o di “inglobamento-riappropriazione” del minore, viene a rivestire una funzione compensativa e di risarcimento rispetto all’evento doloroso che non riesce ad essere elaborato, assumendo tuttavia le forme aspre ed esasperate del conflitto
L’area conflittuale viene così a rappresentare l’unico spazio interattivo esperibile e fa da contenitore alla sofferenza inesprimibile, che non trova altro modo per trasformarsi in richiesta di aiuto da allegare fuori dal sistema.
Il sistema infatti non riesce a trovare in se risorse e strumenti per chiarificare la crisi e ricercare e sostenere decisioni difficili e processi di differenziazione e di elaborazione delle perdite reali e simboliche che lo hanno colpito.
Questi casi, in modo simile al contensioso tra ex coniugi, rischiano di avere lunghi e complessi percorsi dentro le reti istituzionali, con le quali tendono spesso a formare un sovra-sistema collusivo altamente strutturato sempre più rigido e difficile da modificare (Malagoli Togliatti M., Montinari G. 1995).
Servizi e operatori appartenenti a realtà e Istituzioni diverse possono trovarsi, loro malgrado, a entrare in un gioco collusivo, assumendo ruoli e agendo comportamenti che risultano funzionali al mantenimento e alla cronicizzazione delle dinamiche disfunzionali che hanno contribuito alla creazione della problematica che blocca il sistema familiare stesso.
E’ soprattutto il prevalere degli agiti e degli interventi affrettati, ispirati alla logica dell’emergenza e della rapida riparazione, spesso “pensata” e imposta dall’esterno, che può favorire il congelamento delle emozioni e il non accesso alle risignificazioni, con il conseguente mantenimento nel tempo delle difficoltà.
In queste storie difficili, in analogia con quanto si verifica nelle separazioni più conflittuali, quella giudiziaria sembra rappresentare l’unica via possibile per mettere in scena una difficoltà relazionale che blocca e intrappola gli individui e i sistemi coinvolti in circuiti rigidi, disfunzionali e, ai loro occhi, senza altri sbocchi.
Infatti, falliti i tentativi di elaborare i nodi emotivi irrisolti e accedere ai cambiamenti necessari, questi sistemi familiari si trovano impigliati in rigidi copioni di discordia.
Ma la domanda esplicita che viene formulata, fa da “schermo” a quella indicibile e inaccessibile in quanto intrappolata entro un testo che non riesce ad essere letto e decodificato. Sono così interdetti percorsi e processi orientati alla comprensione, alla cura e al perdono.
Tuttavia in questo tipo di situazioni, molto più che in quelle di separazione e divorzio, la possibilità di ricorrere ad un intervento di mediazione in modo spontaneo ed autonomo da parte di uno o di entrambe le parti in conflitto, appare inusitata e remota, poiché una applicazione più estensiva di questa risorsa non è ancora conosciuta in modo diffuso e non è entrata a far parte della cultura sociale, restando ancora circoscritta prevalentemente al mondo degli addetti ai lavori.
L’intervento di mediazione viene quindi in questi casi quasi sempre a collocarsi all’interno di una più generale cornice “coatta” e necessita di rilevanti differenziazioni metodologiche e tecniche.
Questo specifico tipo di mediazione viene pertanto ad assumere, sul piano dell’invio e del metacontesto, delicati aspetti che lo accomunano, sia agli invii “forzati”, riscontrabili in molte separazioni altamente conflittuali, sia alle situazioni “coatte” di maltrattamento e abuso.
Mentre, sul piano delle metodologie e della dinamica del processo, viene ad assumere caratteristiche di grande flessibilità più vicine all’ampia e variegata casistica della mediazione dei conflitti familiari ( anziani, affido familiare, adolescenti ecc.) (Delbert 2000, Menafro 2003).

La mediazione sistemica nello spazio ambiguo dei contesti coatti: vincoli e risorse
A fronte dell’interesse crescente per l’interrelazione tra funzioni di aiuto-sostegno e coazione-controllo nella operatività dei Servizi e delle Istituzioni coinvolte e per dare nuove risposte alle sfide poste dal campo psico-giuridico, sono state sperimentate diverse strategie per uscire dalle ambiguità e dalle strettoie della coazione.
Particolarmente significative in tal senso tutte le esperienze maturata nel campo dell’abuso e del maltrattamento e,più in generale, in tutta l’area della tutela dei minori e dei rapporti tra Servizi e Autorità Giudiziarie (Cirillo S., Di Blasio P. 1989; Mastropaolo L. 1989; Cancrini L., 1994; Mazzei D. 1995).
La sfida è rappresentata soprattutto dalla possibilità di trasformare il vincolo in risorsa (Ceruti M. 1986). Una opportunità nuova di innescare processi di cambiamento anche in situazioni e in contesti dove questo sembra impraticabile in assenza di una spontanea e diretta formulazione di una domanda di aiuto per le difficoltà di trovare in modo autonomo accordi, soluzioni, nuovi equilibri relazionali.
Anche in questo tipo di contesto in cui i percorsi terapeutici sembrano impensabili, la cornice della coazione è stata utilizzata, attraverso diverse metodologie, sempre all’interno di un’ottica tesa ad interrompere circuiti disfunzionali e disadattivi, a rimettere in moto e sostenere i processi evolutivi, nonchè ad attivare processi di cambiamento, pur in mancanza di una richiesta spontanea di aiuto (Cirillo 1990).
Gli ostacoli appaiono ovviamente connessi alla possibilità di passare da una situazione di invio “forzato” ad un “ingaggio”, che progressivamente apre spazi collaborativi all’interno di un percorso attentamente costruito e volto ad attivare risorse nei sistemi coinvolti verso cambiamenti comunque evolutivi.
La cultura e le tecniche mediatorie si innescano all’interno di un processo di co-costruzione che vede il mediatore sistemico particolarmente attento agli aspetti della sua relazione con il sistema creato dal conflitto.
“La mediazione implica una posizione essenziale da parte di chi la utilizza: il mediatore è tale in virtù della sua posizione rispetto al conflitto, cioè quella di un terzo neutrale,o meglio ‘equivicino’, di colui che non prende le parti ma che le affianca, di chi tenta di ripristinare la comunicazione tra i protagonisti del conflitto stesso” (Terenzi P. Mariotti M. 2000).
La percorribilità di un percorso riconducibile alla mediazione presuppone, accanto ad alcuni assunti irrinunciabili, una duttile e accorta flessibilizzazione della metodologia e delle tecniche utilizzate.
Tra gli aspetti fondanti che collocano questo tipo di intervento nell’ambito mediatorio vanno ricompresi:
- la certezza di autonomia e di deconnessione dalle decisioni e dai provvedimenti sia delle Autorità Giudiziarie, sia dei Servizi affidatari,che esercitano funzioni di tutela e sorveglianza;
- l’ assenza di aspetti valutativi e diagnostici
- la durata di tempo limitata.
Per quanto riguarda gli aspetti metodologici, differenze importanti e significative, rispetto alla mediazione di divorzio, pur in presenza di contenuti di conflitto apparentemente analoghi, riguardano, come nel più ampio e variegato ambito della mediazione dei conflitti familiari, soprattutto i seguenti aspetti:
- la costruzione dell’invio;
- una chiara definizione di ruoli e funzioni nell’integrazione tra i vari operatori e le differenti istituzioni del sovra-sistema coinvolto;
- le caratteristiche del setting (definizione del sistema da coinvolgere, “formati” delle convocazioni, durata e frequenza delle sedute ecc.);
- il lavoro sulle motivazioni e la costruzione di un’area collaborativa condivisa, con caratteristiche di attenta co-costruzione;
- le dinamiche del processo, con aspetti fortemente spostati verso una mediazione di tipo terapeutico piuttosto che “negoziale”.
Un ruolo strategico viene, in questi casi, ad essere giocato dall’inviante, appartenente in genere alla rete istituzionale e quasi sempre rappresentato dai servizi sociali e sanitari incaricati dell’indagine e/o della sorveglianza.
Così come altrettanto decisiva risulta essere la possibilità di costruire un contesto di collaborazione, di condivisione di alcuni obiettivi, e di chiara attribuzioni di ruoli e di competenze all’interno della rete istituzionale e dell’intero sovra-sistema che si è creato intorno al conflitto.
È quindi sempre necessario un invio e soprattutto una corretta costruzione dell’invio stesso. Fattore quest’ultimo che se è importante e prognosticamente favorevole nel caso della mediazione di divorzio, diventa, in queste situazioni ancor più necessario.
Progettare e pensare il percorso, condividendolo e costruendo un terreno favorevole al suo accoglimento, è sicuramente l’invio più corretto rispetto a molti invii pensati come tentativo di liberarsi o di “tirare il respiro” nei confronti di una situazione vissuta spesso con pesantezza e rabbia, senso di impotenza e frustrazione, o vista come “ultima spiaggia” ed estremo tentativo, destinato a fallire in quanto il sistema familiare è troppo patologico e “ingestibile”.
Riteniamo quindi che l’invio non possa essere in questi casi un passaggio rapido e non condiviso, con caratteri di forte prescrittività, che accentua gli aspetti di passivizzanti e di colpevolizzazione, ma che debba invece assumere rilevanti aspetti processuali e di accompagnamento preparato e condiviso, nei tempi e nelle modalità, tra gli operatori investiti di compiti di sorveglianza e tutela e il professionista che svolgerà il ruolo di mediatore.
Anche rispetto agli obiettivi che è possibile raggiungere è necessario porsi in modo più aperto e flessibile. Soprattutto circa la necessità di perseguire subito risultati concreti, rappresentati solo da accordi sottoscritti dalle parti, possibilmente rivalutando invece a distanza di tempo i processi evolutivi e i cambiamenti che il lavoro di mediazione è riuscito a innescare, anche quando nell’immediato e nel presente, sembrano non essere stati raggiunti e il percorso sembra non essere interamente riuscito.
Infatti il cambiamento, comunque attivato dentro e grazie allo spazio-tempo della mediazione, può essere diverso e più procrastinato nel tempo.
Gli obiettivi da raggiungere, inoltre, possono essere non solo quelli più digitalmente contenutistici e legati ad accordi concreti, ma vanno, viceversa, collocati anche nel sovra-sistema più ampio, rappresentato dalla famiglia e dalla rete dei servizi coinvolti e quindi anche dai percorsi complessivi dell’intervento e nelle modalità di espressione che successivamente avrà il conflitto per e dentro i sistemi coinvolti.
Ci sono alcune situazioni in cui tuttavia è più difficile e meno indicato un intervento a carattere mediatorio, anche se il termine di mediabilità va inteso in modo diverso e più flessibile quando l’intervento di mediazione va a inserirsi e confrontarsi con i contesti complessi in cui l’allegazione di una domanda spontanea e la volontarietà non è data a priori, ma va promossa all’interno di un percorso di co-costruzione nell’ambito del quale è più rispondente parlare di “compatibilià” tra il modello mediatorio dell’operatore e il sistema relazionale con cui si confronta.
Gli scenari familiari a cui ci riferiamo sono i seguenti:
- una o entrambe le famiglie di origine della coppia erano contrarie ed hanno osteggiato in modo più o meno diretto la formazione della coppia stessa e del nuovo nucleo familiare.
- la presenza di una conflittualità precedente ed aspra tra un coniuge e la famiglia dell’altro, o l’incrocio del conflitto tra ciascun coniuge e la famiglia dell’altro (relazione chiasmatica, Ardone – Mazzoni 1991)
- il conflitto tra le famiglie di origine era già emerso nella storia familiare intorno a problemi e temi diversi.
- la presenza di una forte dipendenza emotiva di un coniuge o di entrambi dalle rispettive famiglie di origine.
Forte debolezza di uno dei due schieramenti rispetto all’altro (economico – culturale, di persone coinvolte nel conflitto e in condizione di fornire sostegno e appoggio emotivo).

Un tesoro contenuto in due forzieri: un caso di mediazione in un sistema familiare segnato da una doppia perdita.
I due bambini contesi dalle famiglie di origine dei propri genitori, di 9 e 4 anni, sono figli di Luca e Rita, deceduti in un incidente, circa un anno prima dell’intervento.
La coppia risiedeva con i figli in un quartiere alla periferia di Roma, non lontano dalla casa dei nonni paterni, piccoli commercianti di generi alimentari. I nonni materni risiedono invece in una cittadina della provincia, lui, medico, lei, insegnante.
Luca, unicogenito, ha circa 35 anni al momento dell’incidente; aveva conseguito un diploma di tecnico e si era inserito nel campo dell’informatica, avviando con discreto successo una società di vendita e consulenza con altri due soci. Anche Rita, 34 anni con una laurea in legge, dopo il matrimonio era entrata nella società, nell’ambito della quale collaborava come legale, mantenendo però una sua attività nello studio legale di uno zio materno nella cittadina dei suoi genitori.
La famiglia di Rita, ultimogenita con altri due fratelli, ha una posizione di rilievo nella cittadina di origine, soprattutto il ramo materno, da sempre proprietari terrieri e successivamente anche imprenditori e professionisti, nonchè impegnati in politica a livello locale. Il maggiore, di 40 anni, è medico ed ha due figlie. Il secondogenito, Giorgio, ha 34 anni e convive con una ricercatrice universitaria di 29 anni.
Il contenzioso esplode, a circa un anno dalla morte dei due giovani genitori, per iniziativa dei nonni materni che denunciano prima l’interruzione delle visite dei nipotini nella loro casa di provincia e, successivamente, in un excalation sempre più aspra, anche la presunta inadeguatezza dei nonni paterni, ai quali i due bambini erano stati affidati in via provvisoria dal tribunale, in considerazione del fatto che questi ultimi, residenti vicino alla coppia, si erano già precedentemente molto occupati di loro, supportando i due giovani genitori, entrambe molto impegnati nel lavoro, nel loro accudimento.
I nonni materni accusano quelli paterni di “plagiare” i nipoti dei quali vogliono “impossessarsi” completamente, anche a fini economici, per avere accesso ai beni derivanti dal patrimonio lasciato in eredità dai genitori e rappresentato dalla casa coniugale in città, da una multiproprietà, e dalla somma derivata dalla liquidazione delle loro attività.
La famiglia materna rivendica a sé la possibilità di far crescere i bambini in un contesto socio-economico e culturale più elevato, assicurando loro le basi per un futuro migliore. Contestano inoltre “l’adeguatezza” dei nonni paterni, ritenuti troppo anziani per allevare bambini ancora troppo piccoli. Il gruppo familiare infatti mette “in campo”, come possibili affidatari, lo zio Giorgio, il secondogenito, e la sua compagna che sono in procinto di sposarsi.
I nonni paterni affermano di dover tutelare i bambini, soprattutto la piccola Laura, che si rifiuta di andare dai nonni materni, e accusano questi ultimi di “complottare” per sottrarre, grazie ai loro soldi e alla loro arroganza, i bambini all’ambiente “scelto” per loro dai genitori, privandoli delle loro cure e del loro affetto, unici forti elementi di continuità nella loro sfortunata storia familiare.
Il servizio territoriale incaricato della sorveglianza e del tentativo di ripristinare i rapporti anche con i nonni materni, di fatto non riesce ad ottenere dei risultati ed ha proposto senza successo anche l’avvio di una consulenza psicologica per i bambini che manifestano sintomi di sofferenza e di disagio. La bambina ha iniziato a chiamare “mamma” la nonna paterna e ha sviluppato un atteggiamento di forte dipendenza da lei, si addormenta solo se la nonna le sta vicino, piange con estrema facilità ed è comparsa un’alopecia.
Il fratello maggiore è irrequieto e iperattivo, gli insegnanti gli consentono, su richiesta dei nonni affidatari, frequenti uscite dalla classe, per andare in bagno, dai bidelli o in giro per la scuola. Non sopporta che brevi tragitti in macchina e, in un ultimo viaggio, insieme allo zio materno Giorgio, per andare dai nonni ha messo tutti a dura prova.
I nonni materni insistono perché i bambini vengano sottoposti a perizia e curati adeguatamente con interventi psicoterapeutici, i nonni paterni sono “arroccati” in difesa del ruolo acquisito e della loro capacità a svolgerlo adeguatamnte.
Il servizio, pur intuendo la forte sofferenza che ha segnato in modo così improvviso e drammatico questi due nuclei, si trova di fronte ad atteggiamenti difensivi molto rigidi che non lasciano intravedere margini di cambiamento.
Lo spazio di una mediazione viene accuratamente preparato come contesto protetto da ogni elemento valutativo e facendo leva sul bisogno di entrambe i nuclei di mostrarsi collaborativi e responsabilizzati verso il benessere dei bambini.
Nella fase iniziale di ingaggio viene dato ampio spazio alla ricostruzione della storia delle famiglie con incontri separati. Convocazioni separate vengono previste anche all’interno dello stesso nucleo di origine materno, nell’ambito del quale vengono visti anche da soli lo zio e la sua compagna, che si sono candidati come affidatari.
Il quadro che emerge consente di mettere a fuoco alcune dinamiche relazionali a cui non era stato possibile in precedenza accedere in modo più ampio.
Per la nonna materna, da sempre il membro più forte e autorevole della famiglia, la morte della figlia era andata di fatto a coincidere con una serie di eventi del ciclo di vita individuale oltrechè familiare, che l’avevano trovata particolarmente fragile: il pensionamento da un’attività di insegnamento in cui aveva particolarmente investito e da cui aveva ricevuto notevoli gratificazioni; l’uscita da casa anche dell’ultimo figlio, Giorgio, che aveva iniziato una convivenza ed era in procinto di sposarsi; il senso di colpa per aver avuto con Rita un rapporto da sempre più difficile e conflittuale rispetto a quello con gli altri due figli e per aver avuto poco tempo per sostenerla ed aiutarla nelle sue maternità, lasciando di fatto, e non solo per la lontananza, maggior spazio alla nonna paterna.
E’ soprattutto per sua volontà e in sua “difesa” che il nucleo rivendica l’affido dei bambini, ma la motivazione dei due giovani ad occuparsi effettivamente di loro appare ben presto fortemente indotta e fragile, fatta in nome e per conto della nonna.
Intorno a lei marito e figli la seguono e l’assecondano sulla strada di un’attivazione conflittuale che non consente però spazio per una condivisione pù profonda della sofferenza in una reciproca, ma infruttuosa protezione.
Sul fronte paterno la perdita dell’unico figlio, che aveva sempre mantenuto con loro una forte vicinanza, spinge i nonni ad un massiccio investimento verso i nipoti, che viene ad assumere aspetti iperprotettivi e ansiosi, che si amplificano e si rinforzano a seguito del conflitto.
La paura del confronto con la più prestigiosa famiglia materna, favorisce un loro “arroccamento” che li porta anche a non accogliere interventi di supporto nell’accudimento dei due bambini e nella rilettura e nell’accoglimento delle problematiche emotive da questi manifestate, per il timore di veder così riconosciuta ed evidenziata una propria inadeguatezza.
La lontananza del paese dei nonni materni, pur se relativo, comporta tragitti in macchina, che riattivano in loro vissuti di grande apprensione, che hanno fortemente contribuito a innescare anche nei nipoti risposte di rifiuto a viaggiare.
Nel racconto delle storie è possibile da subito far emergere come la giovane coppia era riuscita ad accogliere il contributo di risorse e di valori, così diversi, ma ugualmente preziosi, derivanti da entrambe i nuclei di origine, due forzieri appunto da cui avevano tratto per se stessi molti tesori. Cosa che ora rischiava di essere, almeno in parte interdetta ai loro figli.
Si decide poi di lavorare, ancora in forma separata, alla elaborazione di proposte in ordine ad obiettivi più semplici e concreti, rappresentati sia dal ripristino degli incontri, sia dall’assunzione di iniziative condivise in ordine ai problemi emotivi manifestati dai bambini, in accordo con i servizi affidatari e nel tentativo di evitare il ricorso, imposto, all’attivazione di spazi neutri.
Questi aspetti, più spiccatamente mediatori e meno emotivamente pregnanti, sono tesi ad attivare e riconoscere capacità e risorse degli adulti in ordine ai bisogni dei minori interrompendo l’exalation conflittuale. E’ così che nello spazio protetto della mediazione possono cominciare ad emergere anche i forti vissuti connessi alla sofferenza, meno mascherati dagli agiti.
Per la giovane coppia viene previsto nel frattempo un temporaneo “allontanamento” dal tavolo di mediazione per approfondire le loro motivazioni all’affido, avendo procrastinato nel tempo questa tematica più complessa e delicata.
Nello spazio degli incontri con le due coppie di nonni si riesce gradualmente a ridurre il tempo occupato dalle accuse e dagli attacchi all’altro fronte; possono così emergere ed essere riconosciuti anche gli aspetti positivi, svolti da ogni coppia nei confronti del figlio dell’altra, favorendo il riconoscimento di un rispecchiamento delle reciproche sofferenze. Si lavora anche a rinsaldare, all’interno di ogni singola coppia, il sostegno reciproco e la condivisione del lutto.
Le soluzioni individuate per la disciplina degli incontri prevederanno che a viaggiare, in una fase iniziale saranno i nonni e non i bambini.
I nonni materni andranno in visita ai bambini nella casa dove vivevano i due giovani e dove si sono trasferiti i nonni paterni.
Successivamente i nonni paterni passeranno un week-end con i bambini, presso i nonni materni nel loro paese di origine, dove spesso la giovane famiglia andava anche per brevi vacanze.
Lo sviluppo successivo dell’intervento consentirà il riattivarsi di una comunicazione diretta finalizzata alla definizione degli incontri e ad una maggiore condivisione in ordine ad alcuni aspetti importanti come la scelta di un terapeuta per la piccola nipotina e la previsione di ampi periodi di soggiorno presso i nonni materni, soprattutto nel periodo estivo.
La conferma dell’affido ai nonni paterni verrà accettata in modo più sereno, in considerazione di una continuità meno traumatica e della permanenza nel loro ambiente di vita.

Conclusioni
Anche in queste storie così difficili la mediazione può rappresentare quindi uno spazio-tempo sospeso e protetto in cui il sistema familiare, doppiamente provato dall’evento paranormativo e dalla rottura della gruppalità familiare, può avere la possibilità di liberarsi dagli aspetti più distruttivi e di blocco del conflitto, accedendo ad una rielaborazione e ad una sua diversa significazione.
Ed anche in questi casi è evidente la portata preventiva che può rivestire la cessazione o la riduzione della conflittualità.
Con evidenti risvolti positivi sia per i nuclei familiari coinvolti, che possono riattivare i processi vitali connessi al compito evolutivo del superamento dell’evento critico e della riorganizzazione affettiva e strutturale; sia per il minore che può acquisire un più sereno accesso alla diversità delle sue origini e a tutte le risorse affettive del suo universo affettivo e relazionale.


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