LA MEDIAZIONE FAMILIARE: LIMITI E RISORSE

di Aldo Mattucci psichiatra, psicoterapeuta, mediatore familiare direttore Istituto Veneto di Terapia Familiare componente direttivo A.I.M.S. aldo.mattucci@tiscali.it

Nel corso del mio intervento vorrei porre l’attenzione, in modo sintetico, su alcune questioni che attengono alla separazione coniugale, all’intervento di aiuto che può essere realizzato in tale contesto e infine alla formazione degli operatori che operano nel cosiddetto campo psicogiuridico.
Un argomento centrale nella separazione coniugale è relativo alla questione del trattamento di quel dolore che tutti i membri di una famiglia, sempre e comunque, si trovano a vivere in occasione della rottura del legame coniugale.
A volte tale sofferenza richiede un intervento psicoterapico, ma nella gran parte dei casi le persone non accedono a questa forme di aiuto; si rende pertanto necessario utilizzare quelle situazioni di ascolto, che si creano durante la fase della separazione nell’incontro con i professionisti dello psicogiuridico, perché tale sofferenza possa essere espressa e possa quindi trovare una propria dignità di dimostrazione visibile. Difatti, in molte situazioni i genitori erroneamente, ma in perfetta buona fede, ritengono che per il bene dei figli è preferibile non mostrare i propri sentimenti, nascondere il proprio disagio per non farli soffrire, dando così agli stessi un doppio messaggio: il primo relativo alla fragilità degli adulti nell’affrontare il proprio e altrui dolore, il secondo invece relativo a ciò che può essere espresso o no; ovvero è come se ai figli arrivasse il messaggio che solo i sentimenti positivi possono essere esplicitati e di conseguenza il dolore va trattenuto e non esternato.
A tal proposito, va anche superato un luogo comune per cui la separazione produce sempre effetti devastanti sulle famiglie e che a soffrire sono soprattutto i figli e coloro che vengono “scaricati”, lasciati.
Esistono, difatti, diversi studi che dimostrano che la separazione rappresenta sì una ferita per le famiglie che l’affrontano, ma che di per sé non determina l’insorgenza di seri disagi psicologici più di quanto non accada nelle famiglie nelle quali le coppie coniugali, pur rimanendo unite, non riesco ad affrontare e a risolvere le difficoltà di comunicazione e le questioni attinenti alla relazione di coppia e alla cura e crescita dei figli. Naturalmente non viene sottovalutata l’influenza che l’evento separazione ha sulla vita degli ex-coniugi e sui minori, ma vi è un certo accordo nel ritenere che se le ferite hanno il tempo e il modo di “cicatrizzare” adeguatamente nel corso degli anni, alla fine lasciano certamente un segno visibile, ma che non appare però deturpante. Come dire che se al dolore si dà spazio e se non viene meno il rispetto per tutti gli attori che solcano la scena, anche un evento critico quale è la separazione può rappresentare un’occasione di crescita e di evoluzione per ogni singolo individuo in essa coinvolto.
Perché tale passaggio possa avvenire, deve essere offerta ad ognuno la possibilità di fare i conti con i sentimenti collegati sia alla fine del progetto coniugale e/o familiare, sia alla fine di un percorso di vita che è stato condiviso per un tempo comunque significativo, ed infine alla necessità di riprendere in mano una progettualità individuale che preservi però la genitorialità condivisa, il passaggio generazionale e i legami affettivi.
Quando il dolore non può essere esplicitato, e quindi viene rimosso o negato, finisce, specie nel caso dei figli, per incistarsi. Il rischio, in questi casi, è che quel dolore possa trovare modo di essere manifestato solo dopo anni, in occasioni che in qualche modo lo richiamano; nel frattempo però il più delle volte questi figli si sono costruiti modalità evitanti le situazioni di disagio e di sofferenza. Questo forse è uno dei rischi maggiori a cui sono esposti i minori durante la separazione dei genitori e ne abbiamo conferma nelle occasioni di incontro terapeutico che viene richiesto, a distanza di tempo dall’evento separativo, da persone che necessitano di un aiuto per affrontare problematiche che nulla hanno apparentemente a che vedere con la separazione stessa.
Certo, esistono situazioni nelle quali viene appresa, all’opposto, una modalità enfatizzata di esprimere la propria sofferenza, altrettanto dannosa in quanto finisce per dare lo stesso valore a disagi profondamente differenti tra loro e soprattutto perché non consente di dare soluzione positiva ai propri problemi.
In entrambi i casi il punto di partenza è lo stesso, ovvero l’incapacità degli adulti ad accogliere ed affrontare i disagi dei minori, e soprattutto a fornire agli stessi occasioni per apprendere come far fronte alla sofferenza.
A questo punto la domanda che dobbiamo porci è: quali esperienze facilitano e quali invece impediscono l’accesso al trattamento del dolore?
Indubbiamente questo è un tema così complesso e articolato da non poter essere affrontato in modo esauriente nel corso di una tavola rotonda.
Una prima considerazione, utile per comprendere i passaggi che tenterò di approfondire successivamente, non può che riguardare però la constatazione che tale capacità a fronteggiare le difficoltà, i disagi e le sofferenze che comunque un individuo incontra nell’arco della propria esistenza dipenda da come le persone stesse hanno differentemente strutturato la loro personale modalità di trattare e superare il dolore legato ai cambiamenti fisiologici della vita. Pertanto, le differenti modalità con cui gli individui hanno affrontato tali passaggi critici influenzeranno in modo significativo lo stile con il quale gli stessi soggetti risponderanno più o meno positivamente alle difficoltà e alle sofferenze legate ad eventi negativi quali un lutto, una separazione, un insuccesso professionale ed altri ancora. Pertanto, la separazione coniugale diventa l’occasione attraverso cui si evidenzia lo stile con il quale quella determinata famiglia ha appreso a trattare il dolore “fisiologico” e come, di conseguenza, è in grado di affrontare il disagio legato ad un evento critico quale è la rottura del patto coniugale e la fine dell’idea di famiglia unita.
È superfluo sottolineare che la separazione, se affrontata adeguatamente, può rappresentare un’occasione importante per attivare quelle riflessioni e quelle elaborazioni utili ad innescare movimenti e cambiamenti significativi nella vita di una famiglia, in particolare nel saper trovare nuove strade per sostenere il dolore del cambiamento e per sostenersi nell’affrontarlo.
Altro tema cruciale per comprendere cosa accade durante un percorso di separazione coniugale è il rapporto dei partner con le rispettive famiglie e quindi la costruzione della cosiddetta “membrana di coppia”.
Difatti, la difficoltà a portare a termine il processo di individuazione e di separazione rispetto alla famiglia d’origine può rappresentare un doppio blocco verso la ricerca di soluzioni adeguate per la tutela del passaggio generazionale. In effetti, accade di osservare come alle inevitabili difficoltà che i partner coinvolti nella separazione devono affrontare, difficoltà di per sé elaborabili e pertanto superabili, si aggiunga la posizione di freno da parte delle famiglie d’origine: queste ultime, non avendo facilitato il percorso di crescita durante la fase di svincolo, e mancando di conseguenza un adeguato confine tra la famiglia nucleare e quella d’origine, rientrano in gioco pesantemente nella gestione della separazione coniugale dei figli e, soprattutto, nella cura dei nipoti.
Coloro che hanno maturato esperienza clinica nel lavoro con le coppie nei vari setting (terapeutico, di mediazione, di counselling, giuridico) sanno come molto di frequente la crisi di coppia, e la successiva rottura coniugale, possa rappresentare un’occasione di rientro per uno o entrambi partner nella famiglia d’origine o, viceversa la possibilità, purtroppo di solito attraverso un agito più che come risultato di una elaborazione, per realizzare quel distacco fallito in occasione dell’uscita di casa attraverso il matrimonio o la convivenza. In ogni caso la separazione, rimettendo in gioco in modo significativo le famiglie d’origine, rappresenta un’occasione importante per ridefinire i rapporti di appartenenza e consente una verifica del livello di autonomia raggiunto in quella specifica fase della propria vita.
Per quanto riguarda il tema dei possibili interventi di aiuto nelle situazioni di separazione, occorre fare alcune precisazioni in base alla competenza specifica del professionista che pone in essere l’intervento stesso.
Da un lato vi sono difatti coloro che possiedono competenze nel campo clinico della psicoterapia o nell’ambito non clinico del counselling e dall’altro coloro che, pur svolgendo una professione nell’ambito delle relazioni umane, non posseggono competenze specifiche di intervento nei campi sopra citati, ma sono si formati per acquisire competenza nel fornire sostegno alle persone in difficoltà.
Nel primo caso parliamo di psicologi, assistenti sociali, medici, pedagogisti, educatori che hanno conseguito il diploma di psicoterapeuti, o di counselor, e che sono pertanto in grado di adattare le proprie competenze e conoscenze non solo in funzione dell’intervento richiesto, ma anche in base a ciò che si può realizzare nello specifico dell’incontro con quel cliente, sia esso individuo, coppia o famiglia.
Nel secondo caso si tratta di operatori impegnati a vario titolo nel campo psicogiuridico (in particolare avvocati, magistrati, medici, assistenti sociali, pedagogisti, educatori) che non avendo acquisto competenze nel campo dell’approccio psicoterapico, o del counselling, possono e devono acquisire altri strumenti di intervento che siano praticabili ed utili nei rispettivi ambiti professionali, in particolare nelle situazioni di separazione.
Paradossalmente la formazione di questo secondo folto gruppo di operatori è forse più importante e decisiva se ci poniamo l’obiettivo di contribuire ad un cambiamento culturale ed operativo nel campo della separazione e divorzio.
In effetti, negli ultimi anni si sta registrando il diffondersi di corsi di formazione alla mediazione familiare e ciò sta permettendo il raggiungimento di alcuni importanti obiettivi:
vl’acquisizione di strumenti che arricchiscono le opportunità dei professionisti dello psicogiuridico nell’affrontare le tematiche proprie delle loro professioni;
vl’acquisizione di tecniche specifiche di aiuto alle coppie separate, a volte da anni bloccate in rovinosi conflitti;
vl’acquisizione di una diversa lettura dei processi mentali che accompagnano la coppia dalla sua costruzione fino all’eventuale rottura.
Quest’ultimo obiettivo appare ancor più significativo e determinante quando ci riferiamo a figure professionali che, pur avendo una posizione centrale nella gestione dell’evento separazione, in realtà non possiedono le competenze tecniche per leggere i meccanismi psicologici che accompagnano la separazione stessa.
Tanto per fare un esempio, mi riferisco ad avvocati e medici di famiglia che nei loro studi raccolgono le richieste, i dubbi, la rabbia, la speranza, il dolore di chi vive in prima persona la rottura di coppia. Abitualmente queste figure professionali altro non posseggono che una sensibilità personale rispetto al problema, che a volte coincide con l’aver vissuto la stessa esperienza direttamente. In alcuni casi tale esperienza vissuta personalmente consente loro di mettere in campo un certo grado di sensibilità e di ascolto empatico, ma il più delle volte tutto ciò non è di certo sufficiente a dare una risposta adeguata a quesiti e questioni così complesse e soprattutto di così difficile trattazione.
Il compito dei corsi di mediazione è pertanto, a mio parere, innanzitutto quello di arricchire il bagaglio di conoscenze psicologiche e relazionali, nonché legali, di quanti sono impegnati in prima persona nel campo psicogiuridico.
Soprattutto acquista particolare significato, durante il percorso formativo, l’attenzione all’analisi dell’invio e della domanda per arrivare a definire il setting di intervento possibile nella specifica situazione che l’operatore si trova di fronte.
Difatti, per dare forza alla mediazione familiare occorre saper riconoscere e definire il suo ambito di intervento, uscendo da una generica definizione per la quale qualsiasi conflitto e quindi qualsiasi coppia in conflitto sia mediabile. Saper riconoscere se una coppia è in grado di utilizzare costruttivamente un percorso di mediazione consente di individuare percorsi alternativi nel caso di situazioni nelle quali la storia e soprattutto il tipo di relazione coniugale rendono più praticabili interventi di counselling individuale al fine di tutelare il passaggio generazionale che la crisi di coppia mette a rischio.
Nel corso di questi anni più volte l’aver ipotizzato la non mediabilità di molte delle coppie che accedono agli studi professionali ha sollevato critiche e dubbi, soprattutto in funzione di una difesa estrema della professione del mediatore familiare. Più di un collega ha ritenuto difatti che per modificare l’approccio alla separazione la strada più semplice fosse quella di aumentare in modo significativo il numero degli operatori formati alla mediazione familiare. Il recente puntuale lavoro di Vittorio Cigoli (“Contro l’enfasi della mediazione familiare”, in Terapia Familiare N° 72 luglio 2003, pagg. 5-26) ci pone di fronte ad un dubbio ineludibile: “l’enfasi nei confronti della mediazione familiare copre la debolezza e la scarsa efficacia clinica dell’intervento?” (pag. 5). Se continuiamo a sostenere che tutti i conflitti siano mediabili esponiamo lo strumento della mediazione familiare ad un sicuro fallimento, in quanto gli inevitabili risultati negativi del lavoro con la coppia dei genitori finiranno per indebolire la fiducia in questa opportunità di aiuto rendendola conseguentemente meno efficace. Coloro che attivamente operano in qualità di consulenti presso i tribunali hanno modo di incontrare molto spesso coppie che hanno già tentato un percorso di mediazione: in questi casi la possibilità di ottenere un buon risultato è proporzionale alla capacità della coppia e del consulente di elaborare l’insuccesso precedente e il conseguente senso di frustrazione e di impotenza che ne è derivato. Passaggi infruttuosi presso lo studio di un mediatore accentuano inoltre la confusione intorno agli obiettivi della mediazione stessa, ad oggi di per sé già significativa, che si registra soprattutto negli operatori del campo giuridico e che si estende poi anche al singolo cittadino. Spesso, difatti, accade che per mediazione familiare si intenda un intervento finalizzato al recupero della relazione coniugale.
Il mediatore, come afferma Cigoli, deve porsi nella posizione di ricercare sì delle risorse presenti nel sistema, ma deve soprattutto fare una corretta diagnosi dei limiti presenti nella coppia separata o in via di separazione.
Occorre essere capaci di individuare non solo le abilità di negoziazione tra i due partner, legata al riconoscersi in quanto persone con una propria identità, in modo da poterla sostenere e arricchire, ma sarà opportuno saper cogliere anche la necessità di ricorrere ad altri strumenti di intervento nel caso la coppia non mostrasse di possedere gli elementi basilari per operare una negoziazione.
Citando nuovamente Cigoli vorrei sottolineare che per poter aiutare una coppia genitoriale a superare il conflitto coniugale bisogna aver prima riconosciuto “quale trauma del legame si sia verificato e quanto territorio esso abbia colpito” (op. cit. pag. 13).
Ecco perché i corsi di formazione alla mediazione familiare non possono prescindere dalla conoscenza di quegli strumenti di indagine, come ad esempio l’utilizzo di un’intervista strutturata, che consentano di individuare risorse e limiti in ambito individuale, di coppia, delle famiglie d’origine, della rete amicale e, in modo più allargato, del gruppo di appartenenza.
Infine, un accenno alla possibilità di rilanciare i legami affettivi dopo la separazione.
Tale possibilità non si realizza in modo naturale; difatti, è direttamente in relazione all’esperienza acquisita durante la relazione coniugale relativamente alla rielaborazione dei momenti di crisi che inevitabilmente contraddistinguono la vita di qualsiasi coppia. Entrambi i partner devono, difatti, avere sviluppato la capacità a riprendere in mano, durante il matrimonio o la convivenza, la “fine del loro rapporto” più volte nel corso degli anni e non soltanto al momento della rottura. Tale attitudine alla costante rielaborazione fa sì che possano accadere nuovi eventi significativi nella vita di entrambi dopo la separazione, come ad esempio:
vla ricerca di un nuovo partner, ma anche l’accettazione di un nuovo compagno per l’altro;
vla creazione di un giusto spazio psicologico e fisico per la nascita di un figlio nella nuova relazione e la possibilità che ciò accada anche all’altro;
vla rottura del legame nato prima o durante o appena dopo la rottura coniugale;
vil cambio di residenza proprio o dell’altro.
Perché tali passaggi possano accadere si richiede che venga attribuito valore a sé e all’altro e che venga riconosciuto e accettato il contesto ovvero la situazione di separazione (Cigoli, idem).
Al contrario, nella gran parte dei casi vi è la percezione di poter disporre totalmente dell’altro, piegandolo a sé e ai propri bisogni ed è proprio tale modalità di porsi che rende impraticabile la mediazione.
L’impossibilità di accedere alla mediazione familiare non è comunque per sempre, nel senso che possono verificarsi nel tempo movimenti all’interno dei singoli o della coppia stessa che consentono l’accesso ad un lavoro sul conflitto genitoriale nel rispetto dei bisogni dei singoli.
Spesso il lavoro che un professionista dello psicogiuridico può svolgere proficuamente con uno dei partner o con entrambi è proprio quello di consentire percorsi alternativi di elaborazione per accedere poi alla mediazione familiare in un clima di rispetto reciproco e soprattutto con la volontà di donare ai propri figli una genitorialità condivisa.
Basti pensare, ad esempio, all’influenza che un legale o un consulente hanno durante la fase di separazione nel favorire o, viceversa, impedire l’attivazione di un percorso che consenta il raggiungimento di tali obiettivi per comprendere quanto decisiva sia la formazione di questi professionisti per arrivare ad un lento, ma progressivo cambiamento delle modalità di affrontare le tematiche della separazione e del divorzio.

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